MASTRO DON GESUALDO o il conflitto di classe interiore

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“Il pesco non si innesta sull’ulivo”: la frase che riassume tutto lo spirito e il messaggio di Mastro Don Gesualdo è proferita proprio dal suo protagonista all’interno di uno dei suoi monologhi più celebri, nei quali l’impossibilità di uno snaturamento dell’uomo dalle proprie radici diventa oggetto di una disperata “stream of consciousness” autoriflessiva. Il personaggio creato da Verga nel 1889, come anche tutta la capillare azione corale in cui si avviluppa il suo romanzo tuttavia “naturalistico” ritorna con la sua estrema attualità in questi giorni, anche a teatro: è infatti di scena al Quirino di Roma la messinscena di Guglielmo Ferro (figlio di Turi, che più volte interpretò Gesualdo) con un’affiatata compagnia capitanata dal protagonista Enrico Guarneri che in questo contesto abbandona ogni mimica umoristica del suo beneamato Litterio Scalisi (beniamino dei varietà tv siciliani) per drammatizzare, modernizzando, una parte che è l’antieroe per eccellenza. L’integrazione della casta a cui ambisce il Mastro che si fa Don, è un’operazione contorta, anacronistica, errata, come dimostra la sua disperazione monologante sottolineata in grandi coup di teatro d’attore: Guarnieri è ritmo con i suoi spartiti sonori ricchi di angoscia, caparbietà, rabbia, tragedia e commiserazione, un ritmo incalzato da una armonica orchestrazione interpretativa del cast che lo accompagna, dove prossemiche e intese di sguardi, tempi e movimenti ben si incastrano in un’azione simbiotica che adegua lo sviluppo narrativo alla concentrazione dello spettatore, che calibra il respiro strozzato di un contesto feudale dalle antiche regole con una testarda ribellione individuale alle stesse, che – in pratica – riesce a equilibrare storia e finzione riportando il passato al presente e l’immaginario alla realtà. Esaltante l’operazione di sintesi drammaturgica compiuta dalle 500 pagine del capolavoro originale, una riprova dell’abilità di adeguarsi alla velocità della società contemporanea nella quale la fruizione deve assaporare la percezione dell’immediatezza, e che il recitar moderno dell’intera compagnia “Progetto Teatrando” rende a menadito soddisfando la curiosità e concentrazione del giudicante in sala in un crescendo immedesimativo che non si sazia neanche nel finale, nonostante le due ore di spettacolo.
Complice di questo dinamismo assoluto è senz’altro un gioco scenografico di movimenti dei pannelli che costruiscono ambienti e situazioni psicologiche sempre personalizzate, aiutati anche dai tableaux vivants con oggetto “Natura” proiettati su un fondale cinematografico che vede sfumature cromatiche allinearsi al ricercato gioco di luci e costumi.
E, come il prezzemolo, su tutta la trama che interseca giochi di psiche e cuore, c’è sempre la “roba”, quella che con ambizione e fatica Gesualdo ha conquistato oltrepassando i suoi antagonisti nobili, quella protesa a soddisfare una relazione familiare – moglie, figlia, cognati, cugini – arida e ipocrita (poiché giocata sulle funzioni), quella che acceca e a volte scatena i sentimenti dell’anima che per istinto hanno voglia di fuoriuscire (come l’amore sincero tra Gesualdo e la sua serva Diodata) ma che si contorcono in sfoghi soliloquianti dell’Io quando, alla fine di tutti i tentativi per migliorare una posizione di subalterità umana e sociale, si rende conto che ha fallito.
In scena fino all’8 dicembre.


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Elisabetta Castiglioni