Renato Nicolini. La gioiosa anomalia

Personalmente ho conosciuto Renato Nicolini negli ultimi anni della sua vita: mi chiamò per seguire l’ufficio stampa di uno spettacolo a Spoleto nel quale, insieme a Marilù Prati – sua fedele e innamorata compagna – e Ugo Gregoretti, doveva recitare in un testo sull’Italia, Patria e Mito. Anzi no: lo conobbi prima nel comitato scientifico della Fondazione intitolata ad Alessandro Fersen perché anche con lui Nicolini aveva tracciato un comune percorso teatrale. Anzi no, lo conobbi molti anni addietro in un salotto di comuni amici mentre dissertava in modo umile e informale di architettura e del suo ruolo di professore in un’Università calabrese. Questo era la stessa persona che aveva segnato un importante capitolo nella storia di Roma anni addietro ideando, proprio per la sua eclettica e incommensurabile curiosità, un mito per tutti i cittadini e i turisti di passaggio: l’Estate Romana. Renato Nicolini era questo e molto altro: una persona curiosa e perbene, con un dolore dentro per non essere riuscito a realizzare ancora tanto. E l’ultima volta che lo vidi stava scrivendo un libro sulla sua avventura politica, terrorizzato dal fatto che oramai i tempi fossero cambiati e che forse non sarebbe stato compreso, né letto. Poi se ne andò rapidamente e ciò che aveva fatto fu ricoperto, nel corso del tempo, da strati di polvere e tentativi ridicoli o comunque imitativi di rieditare le sue gesta, facendo in realtà crollare ogni voglia e possibilità di generare una politica culturale in fermento. Tra i confini del partito e la chance di un ruolo nel quale il suo sguardo poteva andare “oltre” e che in effetti rappresentò l’inizio di un futuro miracoloso e inaspettato captando tutti i segnali culturali (tantissimi!) che si respiravano in questa città, Nicolini, fin dal 1976, entrò a far parte di una vera e propria Enciclopedia dell’immaginario collettivo che tuttora rievoca intimamente con affetto, nostalgia ed entusiasmo una rilevante parte della nostra storia. Lo ricordiamo ma forse non abbiamo presente questo suo percorso frastagliatissimo. Ed ecco che, a dieci anni dalla scomparsa, a raccontare nei particolari questo uomo leggendario, emblema del multitasking, e a contestualizzarne gli itinerari culturali – che da viottoli sterrati divenivano autostrade percorribili da tutti – ci ha pensato Marco Testoni in un ottimo e scorrevole libro edito dalle Edizioni Efesto intitolato Renato Nicolini. La gioiosa anomalia. Con l’intuizione di chiamare a rapporto per parlare delle strategie nicoliniane Christian Raimo nella prefazione, Walter Tocci nell’introduzione e David Tozzo nella postfazione, l’autore alimenta il suo sguardo negli occhi di uno spettatore cittadino poco più che ventenne e che ricorda un’epoca, analizzando gli eventi descritti in cause e conseguenze che diventano, più che tracce, documenti di un prezioso archivio. Un percorso narrativo che lascia spazio, nell’incipit di ogni capitolo, alle stesse considerazioni di Nicolini, tratte da interviste e testimonianze in prima persona. La politica culturale “dei fatti” realizzati da Nicolini e che fuoriesce nel libro è quella nei quali i sogni si scontrano spesso con difficoltà pratiche e, più che mai, relazionali, compressi tra schieramenti di ottusi “cortomiranti” (dietro la scrivania) e un popolo rivoluzionario che vuole respirare cultura vivendola, in mezzo alle piazze e ai vicoli della città. Marco Testoni partecipò a quelle avventure anche come musicista e teatrante, proprio all’inizio degli anni Ottanta quando stava prendendo piede l’idea nicoliniana di una Casa dell’Avanguardia teatrale e il suo racconto autobiografico, che si dipana in spunti di riflessione attraverso la narrazione ispirata ad una ricerca compiuta anche in emeroteca (Nicolini era spesso sulle pagine dei giornali sia per le sue meravigliose provocazioni sia per le frecce avvelenate che lo colpivano da ogni fronte), in questa breve ma intensa pubblicazione si fa cronaca e diventa storia, rispecchiando una significativa parte dell’arte di pensare e organizzare spettacoli nei confini di una Capitale dalle mille problematiche e vicissitudini.
Ciò che viene messo indiscutibilmente in risalto dall’autore è la trasformazione della funzione dell’assessorato alla cultura messa in atto proprio da Nicolini: non più una semplice culla agiata e protetta, ma un ente con un ruolo attivo nella città espresso tramite la moltiplicazione degli spettacoli e avvenimenti culturali nelle aree urbane. Luoghi in cui il contesto si fece testo e in cui la percezione divenne conoscenza e sperimentazione. Poi, la “prodigiosa gallina dalle uova d’oro”, come la definisce Testoni, fu reindirizzata verso una canalizzazione di controllo, quella da parte del temibile Co.re.Co. e della burocratizzazione che portò a un rallentamento delle attività e al conseguente decremento di entusiasmo nell’affrontare nuovi palchi ed avventure. Dalla gestione di Argan, poi Petroselli e infine Ugo Vetere, che ebbero a fianco un unico nome per la cultura – Renato Nicolini – il processo di cambiamento, sviluppo e ricaduta è ben circostanziato dall’autore proprio a partire dagli scambi ed ideologie politiche che frenarono ulteriori tentativi di infrangere gli schemi e riportarono invece proprio a schema, in particolare negli ultimi suoi quattro anni di incarico, l’immenso lavoro compiuto, facendo decadere la progettualità geniale e comunicativa del suo artefice.
Finiti i tempi di Napoleone di Abel Gance in maximultivisione con colonna sonora eseguita dal vivo e in simultanea con il film al Colosseo (tanto per citare un esempio di mille straordinari eventi), finisce anche la battaglia personale tra entertainment metropolitano e conservatorismo archeologico e il declino di Nicolini che comunque non si arrestò mai, fino all’ultimo, sul fronte della sua curiosità del nuovo, lasciò dentro non solo a lui, ma a una folla oceanica di Romani, un profondo cordoglio e il rimpianto di non poter vivere questo sogno. Un’esperienza, anche per chi per motivi generazionali non è riuscito a viverla, che merita comunque di essere conosciuta, apprezzata e condivisa nella lettura di questa utile e pregevole opera.

Elisabetta Castiglioni