Wolfgang Stoerchle (1944–1976)

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Al Macro di Roma è in corso, fino al 27 giugno 2021, una interessantissima mostra che riporta alla luce uno dei primi cultori della video performance, in Italia ancora pressoché sconosciuto: Wolfgang Stoerchle. Autrice ne è Alice Dusapin, editrice e ricercatrice autodidatta che ha sviluppato un interessantissimo percorso di recupero dei materiali dell’artista in quattro anni in giro per i luoghi attraversati da Stoerchle. Alice, attualmente borsista a Villa Medici con un altro progetto di ricerca dedicato a Bern Porter, ci ha illustrato il senso del suo lavoro, contestualizzato nella sala del Macro dedicata alla sezione “Aritmie” da una serie di reperti recuperati in parte dall’archivio custodito da Karen Couch Wieder, la prima moglie di Stoerchle, in parte dalla Getty Foundation, dove la seconda e ultima moglie ha donato parte delle opere.
“Ho sintetizzato in alcuni punti focali la biografia di un artista che non conoscevo ma che, da subito, mi ha incuriosito per la sua poliedricità. Stoerchle è stato uno dei punti di riferimento della scena californiana degli anni Settanta, benchè sia scomparso prematuramente all’età di trentadue anni. Nella sua breve vita ha prodotto, nei luoghi che ha attraversato, una serie di opere – tra arte figurativa, videografie e performance improvvisative – che hanno lasciato comunque un profondo segno. È come se si fosse costituita una leggenda intorno a lui, a partire dal mito che lui stesso aveva autogenerato, espresso in un collage di articoli che raccontavano di esibizioni, happening o incontri mai esistiti ma che, esattamente come le “fake news” di oggi, hanno alimentato un racconto orale ancora ben radicato in molti testimoni che ho intervistato. È stata proprio questa confusione tra l’accaduto e l’illusorio a far scattare in me una voglia di approfondirne il percorso umano e artistico. La mia passione mi ha portato quindi negli Stati Uniti alla ricerca delle sue tracce che ho ritrovato soprattutto a Oklahoma City, dove risiede la moglie e dove il giovane Stoerchle frequentò l’Università delle Belle Arti; a Santa Barbara dove studiò pittura; alla UCSB, a Los Angeles dove fu professore della CalArt su invito di Allan Kaprow per molti futuri artisti d’avanguardia, quali Eric Fischl, James Welling, Matt Mullican e David Salle; e infine a New York, dove in spazi e contesti del tutto particolari fu protagonista di alcune memorabili performance decisamente provocatorie. Se pensiamo che per arrivare negli Stati Uniti da Toronto, dove risiedeva da adolescente, scelse un cavallo e insieme al fratello attraversarono mezza America in undici mesi, risulta evidente fin da subito la sua alternativa di vita ed arte.”
Documenti filmati di questo viaggio da cowboy appaiono nei filmati d’archivio recuperati da Alice insieme alle testimonianze filmate e fotografate di quelli che possiamo considerare i suoi primi happening: dalla demolizione di tavole di gesso alla meccanicità di uno scambio di abiti, dal denudamento graduale del fisico con movimenti ondulatori muscolari fino a stimolazioni erettili con la sola forza d’animo. Scioccare e provocare, ma soprattutto comunicare: questa l’intenzione di un artista che non ha comunque mai smesso di interessarsi ad uno studio dei nuovi mezzi tecnologici messi a disposizione dalla sua epoca per riprodurre filmicamente la realtà, come dimostra la retroproiezione in mostra della ballerina newyorchese Sue Turning in un filmato in continua rotazione ottenuto dal posizionamento di tre telecamere intorno alla sua figura: un esempio di “danza senza movimento” realizzato durante un workshop all’American Dance Festival nell’estate del 1973.
Arte e tecnica si sposano anche perfettamente nei filmati realizzati con la Portapak, prima telecamera portatile della storia, con cui dal 1970 al 1973 produsse una serie di brevi videotapes che avevano come oggetto azioni precise quali, ad esempio, il soffio su un cumulo di terra o la consumazione integrale di un pasto, qui incastonati da monitor d’epoca, autentici feticci strumentali, scelti da Alice per storicizzare quel particolare momento dell’avanguardia artistica dove arte e video iniziavano ad interagire.
Interessante è proprio l’interpolazione continua, compiuta dalla ricercatrice, tra vita, pensiero e arte di Stoerchle, in cui ogni espressione affidata a differenti linguaggi (in mostra c’è anche un disegno grafico astratto realizzato durante il suo autoisolamento in Messico e un paio di tele figurative raffiguranti pelle di materassi accartocciati) è comunque legata ad un filo narrativo esistenziale. Fino ad arrivare alla sua “Last performance”, un monologo che abbraccia l’arte e la sessualità, in cui l’artista si interrogava sul senso della morale all’interno dell’arte portata all’estremizzazione. In tale ambito Stoerchle mise infatti alla prova la mascolinità dell’essere umano tramite un atto di sesso orale maschile di dieci minuti in pubblico in cui fece esplodere qualcosa di intimo: non una provocazione, ma una messa a nudo dei propri limiti, una trasformazione della propria sessualità in arte. Un’esibizione che colpì anche Paul Mc Carthy, estimatore di Stoerchle, e il cui fine ultimo era quello di condurre il fruitore a chiedersi: “come può l’arte essere l’unico spazio rimasto per esprimere le proprie emozioni?”… Tre mesi dopo morì in un incidente d’auto.
Wolfgang Stoerchle: un artista che ha lasciato il segno e che grazie a questa fruttuosa e appassionata ricerca di Alice Dusapin riporta alla luce un esempio di creatività davvero sui generis.

Elisabetta Castiglioni
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