Pierfrancesco Favino, collezionista di anime

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Basterebbe il titolo per poter intuire la versatilità di un attore a cui lo sfortunato anno del Covid ha invece regalato una serie di importanti riconoscimenti per le sue innate e coltivate doti interpretative, tra cui – nell’estate 2020 – il Premio Volonté e la Coppa Volpi. Pierfrancesco Favino, “Picchio” per gli amici e colleghi, vive ora virtualmente – oltre al grande e piccolo schermo e su qualche palcoscenico teatrale – anche nelle pagine di un bel saggio, a cura di Federico Pommier Vincenti e Fabio Ferzetti che, grazie alla complicità di esperti e testimoni diretti del suo lavoro, hanno composto una summa scorrevole, aneddotica, critica e incisiva della sua poliedrica professione d’attore. “Pierfrancesco Favino collezionista di anime”, pubblicato da Cosmo Iannone editore e presentato recentemente al Bifest e a Venezia, tanto per citare le ultime grandi vetrine festivaliere, è un saggio che ci voleva per conoscere meglio l’arte e la mentalità di approccio lavorativo di un uomo “foto-mosaico”, come lo definisce Ferzetti, che sa regalare ogni tipo di emozioni tralasciando la sua “mascolinità” fisica per incarnarsi e “imitare col cervello” il personaggio scritto. Un atto di creazione derivato dal suo innato talento mimetico, fin dall’infanzia, ma costruito attraverso un cesello millimetrico durante la formazione giovanile all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e il suo quarto di secolo di esperienza sul set in giro per il mondo. Ciò che emerge, dalle riflessioni di autorevoli “contributors” quali Pedro Armocida, Elisa Battistini, Matteo Brighenti, Daniela Brogi, Francesco Castelnuovo, Alberto Crespi, Federico Gironi, Federico Pedroni, Federico Pontiggia, Ilaria Ravarino ed Ermanno Taviani è univocamente la sua prepotente volontà di vivere il suo “uomo” nei minimi dettagli, dimenticando se stesso; un ritratto suggellato dalla ricerca di perfettibilità attraverso voce, gesto, prossemica, sguardo, silenzi e non da ultimo trucco (come dimostrano i più recenti “Il traditore” di Bellocchio e “Hammamet” di Amelio), senza dimenticare il connubio col regista impresso nell’arte dell’ascolto, del dialogo e dell’azione davanti alla macchina da presa. Quella di Favino, nell’excursus filmografico tematico che emerge dalle varie dissertazioni – è una continua prova aperta con se stesso, una sfida che finisce alla pari tra commedia e dramma, sconfinando con disinvoltura tra ruoli e generi e umilmente prestando a volte la sua anche minima parte che si identifica tuttavia in un perno strutturale fondamentale a far muovere l’intero ingranaggio. Interessanti sono obiettivamente i racconti a mò di intervista realizzati insieme a chi Favino l’ha respirato a fondo sul proprio set vedendo crescere e arricchire l’operazione su carta in modo emblematico: Marco Tullio Giordana, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Ferzan Ozpetek, Kasia Smutniak e Maria Sole Tognazzi narrano la versatilità di un interprete che non studia bene solamente una parte ma si trasforma in “altro” sposandone sentimenti e contraddizioni. Amore, Rabbia, Odio, Malavita, Folklore, Appartenenza sociale e mutazione di Genere (pensiamo all’omosessuale di “Saturno Contro” o a “Moglie e Marito” dell’esordiente Godano, con tanto di interscambio sessuale tra lui e Kasia Smutniak) sono espressi con una naturalezza talmente incredibile da proiettarci immediatamente nella sfera contestuale di film, pièce teatrale o performance televisiva, senza pensare invece al percorso di training autogeno mentale intrapreso.

All’interno di questo utile manuale (da tenere a portata di mano anche durante la visione di un film faviniano), preziosa è anche la conversazione scritta con il suo stesso protagonista, impresa assai ardua che rischia di smontare e rimontare i frammenti di un’intera carriera in continui e diversi modi, quasi fosse un cubo di Rubik la cui soluzione, in questo caso, non è data ai più abili, ma ad uno solo: il soggetto creativo che è riuscito a plasmare infiniti input nel proprio modello scultoreo, una possente statua che si va creando ogni volta con la stessa poderosa energia e con una visione interiore allargata che trae la sua linfa vitale da un cocktail metamorfico percettivo e analitico pressoché unico.

Un plauso, infine, va a Pommier per la scelta della collana “pagine di MoliseCinema”, di cui questo saggio fa parte, incentrata sui protagonisti della cinematografia contemporanea e che si integra all’impegno di festival e rassegna per ravvivare la funzione primaria di promozione della cultura filmica attraverso un’opera di ricerca ed approfondimento, materia sempre più tralasciata – dai giovani in particolare – a favore del “mordi e fuggi” socialmediatico


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Elisabetta Castiglioni
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