Le mutazioni del lupo

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L’anima del Blues più intimo, attraverso atmosfere sonori e impagabili, si consolida con la pregnanza testuale di una scrittura sincera quale quella espressa dal suo autore, compositore e interprete: parliamo di Lino Rufo e del suo ultimo disco, “Le mutazioni del lupo”. Chi sia questo animale è gradualmente intercettabile all’interno di un concept album nel quale si respira la soggettività di attimi esistenziali trafugati e da proclamare come messaggi univoci all’interlocutore, ma anche oggettivamente intuibile dagli elementi oppositori espressi dalle parole delle canzoni. Elementi che si identificano nel mondo esterno e contraddittorio, ma anche nel subconscio combattuto e plasmato dal dolore sentimentale, sintetizzato in un verso per tutti: “se nel cuore tira burrasca sembra di vivere col mal di mare”, all’interno del singolo “Ecco l’uomo” che ha anticipato il progetto discografico uscito da qualche mese per Forward Music Italy.
D’altronde, le “svisature” della chitarra blues di Lino Rufo ben riflettono la poliedricità degli stati d’animo comunicati nei 12 brani originali i cui titoli, apparentemente semplici, si addentrano in storie narrate da un punto di vista maschile che scava spesso talmente a fondo da denotare una superlativa sensibilità femminile. C’è “Il cuore di Bessie Smith”, una ballad racchiusa in un controtempo pianistico dal cuore malinconico e sincopato e “Il blues della passione” probabilmente il brano più musicalmente personale e intriso di giri armonici blues e stacchi di piano rock ‘nd rolly. In crescendo, troviamo il brano “Vorrei sapere” da un forte e incisivo giro di basso con clap, piano e chitarra ritmate con vocalese semi-gospel; “A volte mi domando”, tra frammenti di hammond e atmosfere country; “Si parla si parla”, una song dal sound misto tra funky e tastiere vintage che esprime un concetto, forse un po’ scontato, ma forte e chiaro: si parla di tutto e si parla di niente però si parla sempre… “A lato dei miei occhi” vede protagonista una chitarra elettrica che sfuma il rock in new age, dalle distorsioni evocative e ripiena di un pregnante inciso melodico; “Fuggo” è una relaxing and charming song in cui predominano suoni di tastiere oldies che trascinano l’intonazione verso aperture poetiche, proprio come in una esacerbata fuga antistressante della mente; “La guerra del cuore” è invece un gioco di chitarre intrecciate che si rincorrono in un tappeto sonoro flessibile e spensierato in cui il cantautore ricerca un mondo più vero e sincero dove ritrovare se stesso e perdersi nel respiro di un’emozione. E, in finale, un piccolo grande gioiello che rivoluziona forse l’intero vissuto sonoro del disco riportandoci alla semplicità ed efficacia di parole e musica, ricordandoci che trattasi, nient’altro, di pura canzone d’autore: “All’improvviso la felicità” è infatti un track di facile ascolto dalla classica struttura da canzone pop, in cui svettano pianoforte e voce, gradualmente infarciti da un tappeto di archi in cui il violino ricama la suggestione del crescendo: una “chicca” che già dal secondo ascolto si fa soggettiva e induce alla tentazione di ricantarla a memoria da soli, o anche immaginandosi a mani alzate, tutti insieme, in un grande concerto da stadio. Ma per quello, visto il particolare momento storico, ci sarà molto tempo da aspettare…
Chiude l’album, inaspettatamente, la voce narrante di Francesco Pannofino: “Il lupo”, nel testo questa volta in prosa scritto da Lino Rufo, ha subito la sua ultima mutazione e, dopo aver sperimentato la vita sociale nelle sue relazioni più effimere e ingiuste, ritorna alla sua montagna solitaria per vivere il senso della sua esistenza, lontano dai contrasti umani che generano il vuoto ma abbeverandosi, nella natura e naturalezza delle cose, alla più spontanea e innata sorgente di felicità, ovvero la serenità interiore.


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Elisabetta Castiglioni
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