L’anima e il castigo

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“Se volete il nome esatto per indicare la vostra esistenza cercatelo nell’anima, non nel lamento”… Questa frase potrebbe rinchiudere il senso dell’intero romanzo di Michele Caccamo “L’anima e il castigo” (Castelvecchi editore), liberamente ispirato alla vita di Hermann von Reichenau, detto “lo storpio”, monaco e astronomo vissuto intorno all’anno Mille e venerato come beato.

Un romanzo dedicato all’amore per la vita, il cielo e le stelle, proprio soffiati dalla parte dei più deboli, o in questo caso, i “diversi”. Quanto è importante la preghiera se non vissuta come abitudinaria cantilena ma come indagine introspettiva per scoprire e dare un senso alla nostra esistenza, in particolar modo quando la Natura non si è comportata “a dovere”? O meglio quando, come nel caso del protagonista vissuto in tempi di forti restrizioni ideologiche, essere deforme era quasi un reato o un maleficio compiuto da una mente ultraterrena diabolica e quindi soggetto e oggetto di peccato non perdonabile? Gli interrogativi nel cuore di un disabile trascurato e vilipeso da tutti, addirittura violentato e insultato nonostante un impeccabile e puro comportamento di vita “sotto le righe”, diventano verità nel momento dell’offesa umana condizionata dalla credenza delle regole di un’invisibile e sconosciuta dottrina mistica, ma allo stesso tempo fluiscono in una speranza di oltrepassare ogni ostacolo quando a dettare la legge della stessa anima castigata è la perseveranza di un cuore che non smette di sanguinare e, sanguinando, di battere “oltre”. Così la scorrevole e condita scrittura di Caccamo, composta di periodi sintattici brevi e dinamici, ci trasporta in un’azione martellante che toglie il respiro tanta è la rapidità di azioni e riflessioni che si coniugano incessantemente in atmosfere ora da noir ora da contemplazione ecclesiastica, tirando a braccetto sintagmi profumati di storia, filosofia, spiritualità e un pizzico di melodramma. Si potrebbe dire, una volta considerate la geometricità del racconto e il perfetto lessico in crescendo dello sviluppo narrativo, che tale opera si presta in maniera egregia alla duttilità di una riduzione cinematografica anche se, a convincere, più che la trama (con finale non obbligato a sorpresa), è l’azione pensante, di getto e riflesso, ovverosia quel focus semantico che quasi in ogni capitolo ci porta a una deviazione dell’occhio per nasconderci nella compassione di una storia che vorremmo cambiare attraverso la nostra acquisita sensibilità di lettori, ma non possiamo. Caccamo ha l’abilità di trasmettere amore e dolore attraverso una narrazione semplice, concisa, calzante, spesso roboante per toni ancestrali e aggettivi urlati, ma sempre “dentro il pezzo”, fino a farci fuoriuscire dal nostro distacco visivo per immergerci in un’umanità esagerata da cui però ci riallontaniamo subito per non identificarci con il male che la pervade, spesso, insospettatamente, dietro l’angolo…


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Elisabetta Castiglioni
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