La delicatezza (e lo sconforto) di un amore impossibile

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Una voce maschile apre lo scenario dei sentimenti e dei rapporti sentimentali non ricambiati narrati ne “La Lettera da una sconosciuta”: è quella di Edoardo Siravo che inizia a raccontare il dramma di una donna innamorata che scrive in punto di morte all’oggetto (e soggetto) della sua esistenza interiore per vomitare nei dettagli una vita costruita da inutili attese. La donna è Stefania Barca che incalza la dialettica dell’io e del tu incarnandosi nello spazio raccolto e intimo dell’Eliseo Off come assoluta protagonista del monologo concepito da Stefan Zweig e ora in scena, fino al 31 gennaio, per la regia di Angela Bandini.

Il tocco femminile della messa in scena si rileva da subito nell’atmosfera di un ambiente che anziché una prigione pre-patibolo si trasforma in giostra di sentimenti contorsionistici supportati dalla garbata abilità attoriale di trasformare le sensazioni di pari passo con le parole narrate. Nella recitazione della Barca si rincorrono infatti contemporaneamente gli sguardi assorti di una donna devastata dall’amore, gli abissi dell’assenza di un uomo la cui colpa dell’indifferenza e della fugacità ricade sulla sensibilità dell’anima disperata, la disperazione di una madre che ha perso l’unico oggetto tangibile della sua (di lui) prova d’amore, un fanciullo nato da una notte di amore, la prima e l’unica per la donna, una delle tante per l’uomo in cerca di avventure.

A 13 anni una bambina si innamora di un affascinante scrittore viennese e del suo mondo a lei, per ragioni biologiche, ancora sconosciuto: il suo sguardo attento e la sua vicinanza fisica (vivono nello stesso condominio) crescono di pari passo con l’immagine perfetta di un dio della passione da idolatrare rispettosamente e a distanza. E questo silenzio d’amore, per quanto rotto nel corso di un’esistenza da episodi ravvicinati con l’amato – a distanza di anni continua a rimanere tale perché frutto di un sentimento a senso unico che rende la fatale bellezza della protagonista solo il movente di una fugace avventura.

Ogni particolare, nel racconto della donna, diventa un monumento alla fragilità femminile dell’incanto disilluso e un emblema dello scontro di genere intrinseco all’antiteticità di vedute uomo-donna. È la memoria o il caso ad interagire nelle storie impossibili o la sorda determinazione a combattere per un ideale irraggiungibile? Lo strazio della fanciulla si ritrova nella donna matura allo stesso modo dopo una vita vissuta in solitaria, accompagnata solo dai pensieri di un’immagine costruita dalla propria fantasia e solidificata dal proprio cuore: così, con dolcezza e malinconia, con garbo e velato dolore, la Barca ripercorre amabilmente l’esistenza mnemonica del suo personaggio scoprendone gradualmente e con efficacia i tratti di abnegazione di un amore incondizionato (come una schiava, come un cane), le vicende di una donna forte che supera la povertà e lo sfruttamento sessuale con una ricchezza d’animo nobile in quanto dettata da uno spirito di assoluta sincerità amorosa, la rassegnazione naturale nel voler cancellare la propria vita vissuta in funzione dell’altro. La questione non è averla sprecata, ma essersi persuasa di non avere energie, una volta mancato il figlio-frutto d’amore, per continuare a ravvivarne la luce.

Bastano due sedie, un lettino, un cavalluccio a dondolo e un comodino ad alimentare un’azione poetica in questo spettacolo ricco di parole significanti, di gesti calibrati, di luci che accendono gli stati di un amore infinito, al solo ricordo dei dettagli: quel ricordo che non compare mai nell’uomo amato per il quale una bella donna è uguale ad un’altra le cui carezze non sono degne neanche di una lieve memoria tattile. Ed è un rincorrersi di emozioni biologiche, dettate dalla scansione del tempo cronologico a costruire, con gli sguardi, le prossemiche, la grazia della figura vestita in stile anni Venti, le mani (spesso protagoniste di descrizioni affettive) le tappe di un sentimento in continua evoluzione. Tendere a, Sognare, Desiderare, Aspettare… è questa la vita in attesa della sconosciuta zweighiana che personifica uno stato del vissuto di ogni epoca.

A scriverlo è un uomo sensibilissimo, ma a giocare con la profondità di un dolore per un amore a senso unico è sempre un uomo, quell’essere per cui il volto di una donna svanisce alla velocità di un’immagine allo specchio, quello per cui la scelta di un legame sentimentale è un fardello sovraccarico, quello per cui donare diventa un obbligo (e non più un desiderio recondito). Ma c’è una frase, in tutta l’opera, proferita quasi silenziosamente, quale fosse il vero segreto d’amore della protagonista e ne è invece l’istinto primario: “il disgusto per la viltà degli uomini”. Lo sa ma lo nasconde nella mattanza di un pudore che accetta di essere guardata dal suo uomo impossibile senza essere vista, rimanendo l’emblema di un’immagine sfuocata di cui non ci si ricorda semplicemente perché non la si ama. La lunga attesa della volontà altrui non verrà, in questo caso, mai riconosciuta. E non c’è voce maschile – proiettata, ascoltata, ricordata – che potrà davvero cambiare le cose.


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Elisabetta Castiglioni