“La clandestina”: intervista a Liliana Albini

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È uscito da poco, per Intermedia Edizioni, il romanzo autobiografico di Liliana Albini “La clandestina”. Una intensa storia d’amore vissuta drammaticamente in segreto perché fuori dai parametri “legali” della società delle apparenze, ma non fuori dal sentimento autentico che percorre tutta la vicenda. Un dolore che nasce dalla fine biologica di uno dei due protagonisti, il marito dell’altra, e dal ricordo di una vita che ha potuto sperimentare la passione per la propria anima gemella solo in una “bolla spazio temporale sui generis”; un dramma che monta gradualmente in un’opera dalla scrittura ben diretta e argomentata. Abbiamo incontrato l’autrice per approfondire certe tematiche di cui si permea il libro e che fanno sicuramente parte della “storia di tutte le storie”, quella clandestina nella ricerca di un amore impossibile in quanto fuorinorma e unico, in quanto impossibile a concretizzarsi…

Liliana, cosa ti ha spinto a scrivere questo libro drammaticamente autobiografico?

Nel deserto che si era spalancato nella mia vita – una condanna senza rimedio – l’idea di ricostruire la bellezza di una storia clandestina, la figura di un uomo gentile che ha riempito e cambiato la mia vita, ma non solo: speravo di suggerire un modo totale di amare anche a chi clandestino non è, riempiendo di senso ogni momento trascorso insieme all’altro. Un piccolo dono da parte di chi, sull’amore, aveva fondato un rapporto esclusivo. Mi sono reimmersa nel passato, nei sentimenti testimoniati da messaggi e brani di diario, intrecciati con inserti di un presente di lutto.

Hai scritto: il dolore è irrinunciabile. E’ chiaro che poi ognuno di noi cerca di superarlo in mille modi diversi – e tu l’hai fatto non solo con la scrittura, ma dando un forte messaggio d’amore al lettore proprio alla fine del libro – ma non credi che sia il nostro non pensare alle conseguenze sempre la causa del nostro dolore? In particolar modo il fatto di volersi aggrappare ad un’altra persona, anche se con le stesse vedute, o a un ideale?…

Se si dona ogni parte di sé a un’altra persona si vive nella consapevolezza, terribile, che prima o poi questa simbiosi finirà. Tuttavia, un rapporto “con riserva”, non permette di aprirsi e affidarsi a un essere mortale. Per questo è più facile aprirsi alla fede religiosa o sposare un’ideologia che morirà con noi stessi, con la certezza di non dover vivere un abbandono. Noi sapevamo che saremmo stati condannati a soffrire per una separazione.

Vorrei concentrarmi sul tuo coraggio e la tua forza nell’aver scritto un’opera autobiografica davvero intensa, drammatica, con impossibile esito ed evoluzione. Possiamo definirla una perfetta terapia di superamento dalla condizione circolare che si era venuta a creare?

La forza è quella che definì Hemingway: “sedersi di fronte alla macchina da scrivere e iniziare a sanguinare”, ma non una terapia di una condizione circolare, perché, a dispetto della vita che prosegue, quella condizione è stata spezzata soltanto nella crosta visibile. Lui è con me, anche se ha cambiato casa… Lui è intorno a me e dentro di me per ogni emozione, bella o disperata, che vivo. Si può, si deve continuare a vivere e anzi, nei momenti di forza, cercare di attrarre gli altri alla condivisione della bellezza: vi troveranno altra bellezza. Amare anche dopo la morte fisica e relazionarsi con l’essere amato non è una malattia e quindi non c’è terapia.

Hai voluto utilizzare un metalinguaggio che sovrappone sms, riflessioni scritte a mano, diari di lui, corrispondenza di lei, brandelli di azioni e dialoghi che hanno fatto ricostruire alla protagonista più che certe situazioni fisiche certe condizioni mentali di non superamento. Tutta questa virtualità, soprattutto negli scambi dei messaggi d’amore con il suo lui, non potrebbe esser giudicata fin dall’inizio l’incipit di una relazione impossibile? E te lo chiedo proprio perché, mai come in questo periodo viviamo in tempi virtuali, dove uno sguardo e un abbraccio sono negati…

Non penso sia stata una relazione impossibile: semmai priva della quotidianità di un rapporto normale, con il rimpianto di non poter trascorrere più tempo insieme. Eppure tante relazioni impossibili sono state le più longeve o totalizzanti e di esempi ce ne sono tanti. Si vive intensamente ogni momento sapendo che tutto può finire da un momento all’altro, ma credo che anche gli amori “possibili” siano soggetti ai tagli della vita: a parte la morte, quante separazioni, quanti divorzi, quanti tradimenti si contano? Un amore “impossibile” può essere persino immortale: Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta, quanti amori impossibili sono presenti nell’immaginario collettivo come “perfetti”?

Mi sembra, proprio dalle parole di lui e da quelle di lei, entrambe permeate di assoluta poesia, che ci sia una drastica differenza di vedute. Il concetto chiave è “affidabilità”: in alcuni punti del suo diario lui affida pari emozioni sentimentali alla moglie e all’amante (anzi al suo amore), in altri punti chiama la coniuge “innocente”, in altri ancora sembra incarnare il narratore di una storia in terza persona quando prova pietà per la sua lei, ridotta sul lastrico e sola. Un uomo che non rinuncia alla sua comodità borghese e che reputa “necessità” raggiungere la famiglia in vacanza anziché rompere gli schemi per affidarsi a un ignoto di cui paura, nonostante il forte amore che li pervade… L’atteggiamento di lei in tutto questo è accondiscendente ovunque e comunque, a costo del sacrificio della propria vita… A un certo punto, però, si assiste ad un momento di effettiva lucidità della protagonista, che coincide però con l’emergere dell’amato dei famosi “sensi di colpa”, elementi di corrosione e distruzione di un rapporto…

La protagonista rimane lucida dall’inizio alla fine – fisica e “delle cose mortali”, lo ribadisco – della storia, altrimenti sarebbe stato difficile raccontarla. E’ purtroppo impossibile decidere chi dei due è più forte: lei che nella sua devozione “accetta” anche se vede e soffre o lui che si trova “nelle sabbie mobili” dei sensi di colpa? Questo secondo atteggiamento è assai diffuso negli uomini che “non se la sentono di…”: di lasciare la moglie, le abitudini, la sicurezza di ciò che è dovuto? Lei non voleva che lui soffrisse e al contempo, come autodifesa, non se la sentiva di forzare le cose. Il rapporto non è mai stato corroso da nulla, nemmeno dai sensi di colpa che si intrecciavano alle vite di entrambi, per cui “un minuto non lasciava mai un debito a un altro minuto”. E la vita, dopo anni di prove anche difficili, era meravigliosa e piena di sorprese per il solo fatto di esistere uno per l’altro.

La clandestinità può essere un gioco perverso e autoriferito per combattere la noia nella relazione di coppia?

In molti casi penso di sì, quando si guarda a se stessi e si cede solo una piccola parte di sé all’altro, all’amante. Nel caso dei protagonisti del romanzo direi di no, c’era in lui il desiderio di essere ascoltato, nella propria crisi esistenziale, anche dalla moglie, la quale, fino all’ultimo, ha conservato le apparenze, in un rapporto finito, contando sul senso di colpa di lui. La perversione e l’autoreferenzialità può applicarsi ad altri tipi di persone, senza dubbio.

Quale sarà il tuo prossimo lavoro di scrittura?

Sinceramente, in questo momento di cambiamenti nella vita, non sono in grado di stabilirlo e non ho un’idea “nel cassetto”. Forse il lungo editing del saggio di “Ruggero”. Ancora una volta la clandestina offre se stessa per dare voce a lui: devozione, amore o consapevolezza?


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Elisabetta Castiglioni
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