IRRIVERENTE SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

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ROMA – Del “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare se ne sono rielaborate centinaia di versioni, sia esse consone ad uno stile filologico del testo, prima commedia del drammaturgo inglese, sia legate ad uno spirito registico personale atto a traslare l’immaginario del rigido lettore con sperimentazioni sceniche innovative (pensiamo alla scenografia girevole di Max Reinhardt) o rivoluzioni semantiche nel ruolo dei personaggi (Peter Brook in primis), per non parlare del cinema, dell’arte figurativa, della musica e di linguaggi artistici d’oltreOceano che hanno ispirato l’eclettica mente di disegnatori, compositori, direttori teatrali. Non stupirà dunque la rilettura scenica del “Sogno” ad opera di Massimiliano Bruno, da ieri in scena al Teatro Eliseo di Roma, che omaggia il grande bardo attraverso un totale atto di irriverenza. Con l’intento di estrapolare dal testo la dimensione inconscia dei personaggi che “si rincorrono ed affannano per amarsi”, l’operazione compiuta dal regista trasporta l’incanto della fiaba e del pensiero onirico che in Shakespeare ancora dialoga con la parte razionale dell’essere umano in un’atmosfera grottesca e circense nella quale non ci si perde magicamente alla ricerca del sentimento perduto o inarrivabile, ma che diventa il palco di episodi istrionici non perfettamente legati tra loro…

Il gioco è svelato dall’inizio, proprio nella scelta di un cast che su carta funziona matematicamente: Giorgio Pasotti, Teseo/Oberon calibrato e in parte; Violante Placido, Ippolita/Titania grintosa e accattivante ma non affiorante; Paolo Ruffini, Puck, folletto più da grande schermo macchiettistico che non genio dello scherzo boschifero; Stefano Fresi, Bottom squinternato e Piramo esilarante che gioca con la sua mimica, il suo fisico e la sua poliedricità il ruolo dell’one man show nelle parti dell’incantesimato mentre ben si giostra nel travolgente lavoro di squadra della compagnia teatrale in atto di rappresentare la boutade di Piramo e Tisbe, storia nella storia…

A questi, un’altra quantità di attori ben collaudati che hanno sposato il divertimento col ritmo che sicuramente ha inteso incalzare la direzione riempiendo la scena di situazioni coreografiche e macchine teatrali itineranti sul palco che purtroppo non illustrano visivamente la doppia atmosfera di sogno e realtà nella quale la fantasia del lettore shakespeariano è trascinata ad immergersi.

Manca dunque un sincretismo ed equilibro armonico nel gioco collettivo attoriale pensato invece dall’autore originale: l’impressione è infatti che ognuno, con volume di voce (in particolare nel primo atto) troppo alto, cerchi di conquistarsi uno spazio centrico circolare, dimenticando l’inarrestabile e dinamico fluire delle azioni ambientate nella foresta immaginaria di Shakespeare. L’eccezione pero’ esiste ed è provocata dall’intervento delle fatine, figure ballerine, simpaticamente sgangherate ed ironiche – ma soprattutto in totale afflato ed armonia gestuale – su cui spicca notevolmente Fior di Pisello, ovvero l’attrice e caratterista Annalisa Aglioti coinvolta anche in una deliziosa gag linguistico-cinetica con Puck.

Ma la macchina da presa concentrata sullo sguardo attoriale ad un certo punto lascia il posto al puro teatro: il “secondo tempo”, complice la drammaturgia, dimostra infatti di essere un perfetto orologio scandito sui tempi di azione interpretativa e reazione spettatoriale. La messa in scena della rappresentazione teatrale al cospetto di Teseo e Ippolita è un cameo esilarante programmato sul talento e coordinamento degli attori – di sguardi, ascolti e prossemiche – ma che, scorporato dal “Sogno”, può diventare una chicca di repertorio del migliore varietà. La risata sincera che provocano i bravissimi Maurizio Lops (Quince), Rosario Petix (Snug/Leone), Fresi, Dario Tacconelli (Flute/Tisbe) e Zep Ragone (Snout/Muro) stimola anche una riflessione interiore sullo straordinario lavoro di trasposizione linguistica, un po’ allo stile di “Armata Brancaleone” ma efficace e diretta, che Massimiliano Bruno, insieme a Francesco Bellomo, hanno saputo compiere. Un pezzo da vedere e rivedere perché condito allo stesso tempo di ironia e strafottenza in cui il neo-vocabolario giovanile viene arricchito di verbi come “stizzare” e “cacasottare” che sicuramente faranno tendenza, ma che soprattutto fa convivere istinto e ragione, prova di un teatro d’autore e d’attore raro a vedersi di questi tempi.

Se, in questa versione del “Sogno”, la poesia è cancellata dal sorriso irriverente di un rocambolesco carrozzone circense, non dimentichiamo che l’idea registica strizza l’occhio con intelligenza alla società contemporanea dove la complicità della battuta veloce e sintetica e il ritmo dissacrante e distruttore di una relazione sentimentale (vedi i “lascia e prendi” della doppia coppia Ermia/Lisandro ed Elena/Demetrio) sono maggiormente digeribili cognitivamente, rispetto a linguaggi teatrali classici e stereotipati, dalla generazione di nuovi millennials.

Chissà, però, che ne penserebbe William…


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