ANNA FRANK RIVIVE SUL PALCO IN UNA STRAORDINARIA REGIA E PROVA D’ATTORE

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Dalla penna di Frances Goodrich e Albert Hackett una scrittura espressiva che riporta il dramma di Anna Frank e del suo diario, in forma vivente sul palco del Teatro Belli (dopo molti anni di assenza dalla scena italiana), con un cast azzeccatissimo diretto da Carlo Emilio Lerici. In programma fino al 16 febbraio in una co-produzione Teatro Belli-Compagnia Mauri Sturno, IL DIARIO DI ANNA FRANK (Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1956) ha l’abilità di trasmettere la vita all’alba della tragedia e la morte in un futuro che traspira verso una perenne inquietudine.
Come uno spaccato fotografico, come un lungo piano sequenza cinematografica, come una maratona interpretativa in cui i monologhi di ognuno – tutte eccelse prove d’attore – diventano la composizione pittorica e drammaturgica di un dramma corale vissuto da due famiglie che parlano a nome di un’intera umanità, la memoria diventa in questo contesto un efficace strumento di comunicazione che vede interagire non solo i dieci interpreti sul palco (Antonio Salines, Eleonora Tosto, Raffaella Alterio, Francesca Bianco, Veronica Benassi, Vinicio Argirò, Tonino Tosto, Susy Sergiacomo, Fabrizio Bordignon, Roberto Baldassari) ma uno spettatore assorto nel dipanarsi tanto nell’esecuzione narrativa quanto nella concentrazione di battute e personalità che sanno mirabilmente sprigionare tutti, nessuno escluso, i bravissimi attori.
Il mercato bianco, in soccorso della povera gente, è il contesto storico che vede una coppia di giovani “ariani” aiutare a nascondersi in casa di Otto Frank una giovane famiglia (in aggiunta alla sua) e un dentista sposato ad una cattolica ma pur sempre “schedato” in quanto ebreo. Nel corso di oltre due anni i personaggi (i Frank, composti da marito, moglie e due figlie, i Van Damme, con due coniugi e figlio adolescente, e il dottor Vassel) saranno costretti a vivere in pochi metri quadri, in una soffitta di Amsterdam, per nascondersi alla tragedia dell’Olocausto.
Anna, bambina spensierata, vivace, critica, sentimentale, emozionale e alquanto diretta è incarnata dalla talentuosissima Raffaella Alterio, una sorta di piccola peste sul palco (ma nella realtà 27enne matura) che ravviva di luce la penombra esistenziale dell’attesa della fine. Indiscreta, spavalda, estremamente matura e velatamente ingenua, linguacciuta, ribelle, la ragazzina stempera la drammaticità a fianco dei suoi interlocutori, primo fra tutti il calzante Peter (interpretato da Vinicio Argirò) che con la sua ritrosa timidezza che scioglie la maschera disvelando gradualmente un’intensità affettiva, è la giusta controparte maschile alla protagonista. L’abbraccio disperato d’amore e paura dei due ragazzi è forse uno dei momenti più poetici e toccanti sul palco: un istante di “sottrazione” che rivela quel poco di innocenza ancora presente in un mondo in cui, come professano le famose parole della giovane Frank, sta solo attraversando una fase e nel quale si deve credere ancora all’intima bontà dell’uomo.
Quel “malgrado tutto” è protagonista di una partitura drammaturgica che per un’ora e mezza di filato inchioda il pubblico alla sedia, attraverso un ritmo scandito da un orologio carico di tensione che batte le ore (poi i mesi, poi gli anni) in una cronologia temporale le cui singole date vengono ricordate dalla voce narrante diretta della piccola testimone della storia. Complice una scenografia a gabbia (4 ambienti su 2 livelli) ideata da Vito Giuseppe Zito che scatena movimenti ad orologio svizzero e una composizione prossemica precisa e sempre diversificata, l’azione teatrale concepita dalla regia di Lerici è così ricca che si respirano continuamente atmosfere emotive cangianti: dai canti per la festa di Hannukkah (e altre tipiche melodie musicali ebraiche) alla disperazione delle sirene in agguato, dai litigi per un pezzo di pane alla rassegnazione che vede sfumare la speranza ed acuirsi la sofferenza interiore, filtrata dai lunghi momenti di silenzio in cui gli sguardi assenti di ogni personaggio – tutti di una meravigliosa espressività – si congiungono verso una traiettoria obbligata che apre una porta verso il nulla, in un lentissimo, mahleriano e passivo trasloco delle proprie cose verso l’esterno, il non ritorno, per un finale di una estremamente toccante oleografia pittorica. Francesca Bianco in particolare, magistrale moglie di Otto Frank, impressiona per i suoi puzzle interpretativi che comunicano l’import-export di una vicissitudine interiore che combatte per calibrare e controllare le estremità emotive, riuscendo a far fuoriuscire le corde più intime dell’animo umano in crisi irreversibile. Dieci e lode anche ai costumi di Annalisa Di Piero per la ricerca filologica di stoffe e mode che ci catapultano facilmente nei primi anni Quaranta di una Amsterdam nascosta.


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Elisabetta Castiglioni
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