ADDIO

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Così, come se niente fosse: addio… E invece per pronunciare una semplice parola, di testa e di fatto, ci sono oceani da navigare e milioni di energie da recuperare… Sembra facile passare l’esame per un diploma di congedo amoroso, ma la materia da studiare, già tutta a disposizione nella nostra psiche, si dirama in meandri farraginosi che spesso trovano ostacoli, specialmente quando percorrono vicoli ciechi che la trascinano verso il cuore, e allora bisogna tornare indietro. Questa materia si chiama autoanalisi, è gratuita, ma non possiede corsi accelerati per essere compresa più facilmente, o in fretta. Perché va respirata goccia a goccia e vissuta. Ecco però che se in supporto arrivano saggi sintetici, scorrevoli ed efficaci come quello di Carola Barbero recentemente pubblicato per Marietti, la strada sterrata ci rimette in carreggiata verso un asfalto più agevole per giungere al traguardo. “Addio. Piccola grammatica dei congedi amorosi” si nutre di una vasta letteratura sull’argomento – tra arte, filosofia, poesia, narrativa e psicanalisi – per rivolgersi al lettore non solo come rapida guida motivazionale per cuori infranti (per cause evidentemente soggettive), ma come utile rievocazione a tema di uno sterminato fronte universale di autori che ne hanno già affrontato, nel corso dei secoli, la problematica. Interessante, nello scorrere le pagine di questo simil “prontuario narrativo”, scorgere come il simbolismo, la metafora, o semplicemente certe immagini richiamate dalla Barbero (peraltro docente esperta in Filosofia del linguaggio e scienze cognitive), calzino a pennello con certe azioni o non azioni dettate dalla nostra volontà intrinseca nell’affrontare una questione spesso interiormente devastante. È il caso del trampolino altissimo che diventa una scalata insinuosa perché a trascinarci indietro sono spesso i nostri sensi di colpa o i muscoli della ratio non sufficientemente allenati, ma quando arriviamo in cima le vertigini si annullano per cedere il posto alla concentrazione sul tuffo verso un altro mare. Così come, altra figura semantica, è la palla del calciatore che, per essere colpita ad effetto, deve avere bisogno di un suo timing: tempo interiore ed esteriore spesso non coincidono e sembrano millenni quelli vissuti nel dolore per la comprensione di una fine, quando invece è un attimo, quel preciso attimo, che ti consente di fare goal. Significativa, nel saggio, la scansione dei capitoli, divisi per argomenti: trattasi di macro-categorie nelle quali ci si identifica facilmente, ma scavate fino alla radice nella misura di testimonianze accuratamente selezionate – tra brevi testi e citazioni –– che hanno il pregio di aver tracciato cause e conseguenze di amori sbagliati nei pensieri degli stessi personaggi “cor vivendi”.

Si passa agevolmente da Marguerite Duras ad Heidegger, da Bukowskij a Marcello Marchesi, da Schnitzler a Spinoza, ma anche Hugo, Locke, Renard, Tati Bufalino, Safran Foer, Nietzsche, Sartre, Flaiano, Wilde, Montaigne Bauman, Gary, Lacan, Pavese, Veil, Melville, Starnone e tanti altri: per considerare come la parola “addio”, nella sua accezione di “fine di un amore” sia interpretabile in vari modi, a seconda della propria esperienza, misura cognitiva, sensibilità e volontà. O anche rabbia… Togliamo il disturbo perché siamo un disturbo per l’altro o perché non ci si è capiti bene? Stiamo meglio da soli perché non male accompagnati o viviamo peggio soli perché ancorati ad un sistema di intrinseca dipendenza affettiva che blocca ogni possibilità di un nostro respiro indipendente? Il rapporto tra identità ed equilibrio, tra fastidio e bisogno, tra colpa e compassione, tra attesa e coraggio viene sviscerato abilmente in mille sfaccettature, attaccando alcuni atteggiamenti, quali ambiguità, autoinganno, gelosia e pentimento, che ci allontano spesso, se non sempre, dall’unico sincero amore innato che dovremmo possedere e al quale chiedere aiuto in caso di pericolo: quello verso noi stessi. E a riportarci ad esso, non importa in quanto tempo, non importa con quale mezzo, ci potrebbero essere anche dei terzi sconosciuti: è il caso menzionato dell’artista Sophie Calle che fece un appello globale a donne di ogni professione affinché interpretassero, ognuna a suo modo, una lettera di addio da lei stessa ricevuta inaspettatamente: l’appello fu raccolto da centinaia di menti femminili le cui risposte artistiche furono oggetto di una delle più particolari e incredibili esibizioni alla Biennale di Venezia (“Take care of yourself”, 2007).

Un saggio decisamente “pulito”, questo lavoro di Carola Barbero, una bella freccia di Cupido all’incontrario o anche una frecciatina avvelenata per coloro che fanno finta di non saper affrontare una situazione decisiva – per inerzia, paura del “vuoto a seguire”, masochismo o coazione a voler ripetere l’errore. Il suo messaggio è forte e chiaro, e forse – dopo tante afflizioni e tentativi – può bastare una lettura così asciutta e intrisa di contenuti, per precipitare in un nuovo fantastico viaggio verso gli Abissi o sopra le stelle perché, come asseriva l’ebbro, romantico e saggio Baudelaire: “Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo”.


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Elisabetta Castiglioni
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