4:48 PSYCHOSIS di Enrico Frattaroli, spettacolo “oltre le lacrime”

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Non si sa se sono lacrime di gioia per avere assistito ad una delle versioni più intense ed emotivamente coinvolgenti di uno dei testi più celebri di Sarah Kane, ovvero quello per e dopo il quale si suicidò, o lacrime di disperazione tanto il registro della intensa e precisa Maria Teresa Pascale, sola per un’ora e mezza sul palcoscenico insieme al suo sguardo perso e ad una partitura musicale e scenica dinamicamente subliminale, sia riuscito ad entrare nelle profondità dello spirito fruitivo… Fatto sta che 4”:48 Psychosis”, in scena dal 19 al 21 gennaio scorso al Teatro Palladium di Roma, ha avuto in Enrico Frattaroli un autore unico nella personificazione (oltre il riadattamento, oltre la semplice reinterpretazione…) di uno scritto cotanto ostico nella sua drammaticità esistenziale. “Sinfonia per voce sola”, recita il sottotitolo, ma molteplici sono le voci che rincorrono la fuga in se stessa della protagonista, in agguato nei suoi brevi spiragli di apertura al “mondo” (incarnato dallo stesso Frattaroli nelle vesti del dottore curante) e complici, attraverso luci e schermate di una partitura visiva e musicale in continua evoluzione, dei repentini cambi umorali e riflessivi causati dalle dose di medicinali assunte. C’è Mahler, col manoscritto del suo “Adagissimo”, e ci sono le composizioni rock di P. J. Harvey, perfette testimoni delle geometrie verbali che segnano perimetri a volte senza punti, spezzando il cerchio del “tutto torna” proprio perché la mente vaga nella galassia dell’Amore che non esiste, del Cuore solitario e dell’Occhio troppo analitico che non accetta il proprio fisico né, tantomeno, le proprie turbe, in un continuo inseguimento da se stessa, prima ancora che dagli altri. C’è tanta matematica in questa performance ingegneristica ad altissimi livelli che cura l’intonazione al nanosecondo, il gesto al millimetro, concedendo solo alla pupilla di varcare i confini dell’immaginazione assoluta per tornare a tratti nella prigione esistenziale dove il desiderio è proibito e dove l’unica soluzione è “consegnarsi alla morte”. Ma come le parti dialogiche e i monologhi della paziente in stato mentale terminale sono giocati sul preciso contrappunto con luci, sonorità e prossemiche, così un ritmo incalzante è generato dalla poesia che emana dalle corde vocali, a momenti quasi brechtiana per il distacco critico dal personaggio-mondo, a momenti talmente invasiva che il respiro batte a tempo dell’afflato spettatoriale che in silenzio, pur godendo del momento lirico, epicamente soffre. E’ la congiunzione di due astri – la scena e la sala – il risultato che si percepisce, comprovato dal religioso silenzio che aspetta il prossimo Verbo per vedere distruggere – attraverso la cadenzata vocalità della Pascale – i singoli pulviscoli dell’anima sentimentale fino ad arrivare all’epilogo, come si conviene nelle grandi tragedie greche, dettato dalla fine – che, al contrario, non è l’inizio di qualcos’altro, ma solo la Fine assoluta a cui l’infelice creatura invita a partecipare: “guardatemi svanire guardatemi svanire guardatemi guardatemi guardate… è una me che non ho mai conosciuto, il suo volto è impresso sul rovescio della mia mente”. E’ una “me” che lei stessa ambisce a conoscere, per quanto “nessun suicida – come recitano le parole della stessa Kane – ha mai avuto il desiderio di morire”
E non servirà aprire le tende – “please, open the curtains” è la frase che chiude la Psychosis – perché alle 4:48 si è compiuto un destino annunciato: un testamento poetico che noi ereditiamo, come conferma il coraggioso sforzo di Frattaroli – che ci chiede di esserne testimoni, spettatori, amanti.


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Elisabetta Castiglioni